CATTEDRALE & BEVERA

IL LIBRO DI OGGI: “Cattedrale”, di Raymond Carver, Minimum Fax, 217 pagine, 9 euro.
LA BIRRA DI OGGI: “Bevera” di Birrificio Menaresta, ITA, golden ale, 4,2°.

Poi vienimi a dire che non c’è crisi. C’è talmente tanta crisi, tanta fame in giro, che quando la gente lecca un francobollo ci mette il sale e apparecchia.

C’è talmente tanta crisi che s’è dimesso pure il Papa. Ha detto “basta, non ce la faccio più. Sono stanco di questo precariato. O mi fate un contratto per l’eternità col ruolo di Divinità, oppure mi dimetto.”
Morto un Papa se ne fa un altro. Ma dimissionario un Papa? Se ne fa comunque un altro?
Comunque sia, è un evento storico. Ci sono pochissimi Papi che abbiano abdicato, e il più famoso rimane il Celestino V del gran rifiuto. Correva il 1294, le fragole sapevano ancora di fragola e il cielo era limpido.
Gli succedette Bonifacio VIII, lui rimasto alla storia non a causa di qualche rifiuto ma per un altro motivo. Era quello dello “schiaffo di Anagni”, il Papa che fu (sembra) schiaffeggiato dal condottiero Sciarra Colonna nel castello di Anagni.
Quindi, se tanto mi da tanto e la storia è Hegelianamente un ciclo, il prossimo Papa corre fortemente il rischio di essere schiaffeggiato.
Non essendoci più i castelli, magari avverrà dentro un Centro Congressi. E non essendoci più manco i condottieri, magari sarà schiaffeggiato da un Mario Monti qualsiasi, da un Beppe Grillo qualunque, da un qualsivoglia Scilipoti.

La storia è Hegelianamente un ciclo, e Murphianamente na merda. Col passare dei secoli, i valori si stanno riducendo DRASTICAMENTE.

Ma sto divagando.
Diciamo che tutto questo chiaccherar di Chiesa e Papi e quant’altro mi ha fatto venire voglia di rileggere “Cattedrale”, di Raymond Carver.
Quarta raccolta di racconti pubblicata dal povero Ray.
Un secondo, un secondo: perché, ovviamente, voi sapete che Carver scriveva solo racconti o poesie, no? Diceva (cito): “Un racconto scritto bene vale una dozzina di cattivi romanzi”.
Stacce.
Comunque, in Cattedrale trovano posto dodici racconti, dodici gemme, non stringate come gli scritti delle prime due raccolte ma nemmeno prolissi come i racconti seguenti. Cattedrale è la dimensione perfetta, è il momento in cui Carver ha mediato a puntino fra i vari “maestri” da lui scelti come fonte d’ispirazione ( Faulkner, Gardner, Hemingway), e ha generato il suo stile. Lo stile Carver. Inconfondibile.

C’è una cosa di lui che adoro: la capacità di colpire, di scavare, senza bisogno di frasi altisonanti. Carver aborrisce la parola ad effetto.
Questa cosa è importante, vorrei spiegarla bene.
Prendiamo la frase: “E crescendo impari quanto sia bella e grandiosa la felicità” è autoevidente.
E’ chiusa in se stessa, è scritta per stupire. Vuole per forza colpirti, come “Cara, scusami, potresti levarmi il cazzo dal culo?”. Ecco, così.
La frase citata (non quella del cazzo, l’altra), è stata usata non da UNO ma da ben TRE grandissimi scrittori.
Nell’ordine: Richard Bach, Paulo Coelho, Fabio Volo.
E io se li leggo tutti e tre, uno dopo l’altro, rimpiango la chiusura dei campi di concentramento.
Non solo queste tre menti illuminate del XX secolo hanno usato la stessa verità apodittica, ma l’hanno anche palleggiata in maniera pressochè identica in tre diverse opere. Ah, meraviglioso.

La frase invece: “Ho preparato altri due drink. Ho guardato fuori dalla finestra. L’Arizona non era affatto una cattiva idea.
Patti disse: “Vitamine”.” – beh questa frase non contiene alcuna verità. Ma è scritta da Dio. Non c’è alcun superlativo assoluto, alcun grado smaccatamente positivo, nessuna parola che voglia schiaffeggiarti apposta. Però è stata deposta su carta con la classe di Roberto Baggio ai tempi del Brescia.
O del vecchio Ray Carver, ai tempi di Cattedrale.
Lasciatevi mangiare la coscienza dalle sue ambientazioni domestiche, dai suoi bicchieri sempre mezzi pieni, dalle sue facce smunte dal sonno. Seguitelo nelle discussioni con un reduce del Vietnam negro o con i vicini sconfitti dalla vita che scappano in Minnesota. Annusate l’ironia che trasuda ovunque, il senso di malessere, l’odore di sudore e sigarette.
Guai a confonderlo con Bukowski, qui la storia è del tutto diverso. L’eleganza di Carver non ha niente a che vedere con le mani immerse nel fango fino al gomito del vecchio Hank.
Carver è pulito, asciutto, lineare. Straordinario nei non-detti.
Vi lascio con questo periodo:
“Dio solo sa quanto mi dispiace. Senta. Io sono solo un pasticcere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, anni fa, forse, ero una persona diversa. Comunque non lo sono più, se mai lo sono stato. Ora non sono altro che un pasticcere”.

Sbam.

COSA CI BEVIAMO SU?
Volevo una birra semplice. Una birra che fosse in grado di alleviare in gola il bruciore di certe frasi e certi silenzi che Carver regala.
Perciò, ho pensato a Bevera. Prodotta in provincia di Milano dal birrificio Menaresta, nel suo aroma potrete ritrovare la freschezza dei campi falciati da poco, con sentori erbacei e floreali, ma anche odore di casa, di cucina, di pane fatto da poco, di burro, di mele abbandonate in un cestino sul tavolo.
Un tocco di fiori di sambuco completa il quadro.
Il resto lo fa Ray. Fra un racconto e l’altro, una pausa per due sorsate diventa obbligatoria, necessaria.
Come piace a noi.

That’s Danifornication.

NOTA (A PIE’ DI PAGINA) AL DETRATTORE – Stacchetto, tipo jingle di Sanremo ma con in più alcuni rutti in sottofondo.
Oh detrattore, detrattore storno, che leggesti il libro e ora mi graviti intorno:come faccio dopo ogni singolo post, mi piacerebbe rimembrarti che questo è il MIO blog. E non c’è selezione all’ingresso – ma manco un elenco di inviti. Ogni confronto è ben accetto purchè portato con garbo e argomentando. Insulti o rimostranze fini a se stesse non saranno tollerate e verranno bannate senza spiegazione alcuna.
FINE DELLA NOTA POSTUMA. – altro stacchetto, stavolta tipo sigla di “Medicina 33” con la voce in sottofondo di Mike Bongiorno che grida “Allegriaaaa”.

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One thought on “CATTEDRALE & BEVERA

  1. B.J. ha detto:

    “Guai a confonderlo con Bukowski, qui la storia è del tutto diverso”. “divers-A”. Per il resto, chapeau.

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