Archivi categoria: Critica letteraria

CATTEDRALE & BEVERA

IL LIBRO DI OGGI: “Cattedrale”, di Raymond Carver, Minimum Fax, 217 pagine, 9 euro.
LA BIRRA DI OGGI: “Bevera” di Birrificio Menaresta, ITA, golden ale, 4,2°.

Poi vienimi a dire che non c’è crisi. C’è talmente tanta crisi, tanta fame in giro, che quando la gente lecca un francobollo ci mette il sale e apparecchia.

C’è talmente tanta crisi che s’è dimesso pure il Papa. Ha detto “basta, non ce la faccio più. Sono stanco di questo precariato. O mi fate un contratto per l’eternità col ruolo di Divinità, oppure mi dimetto.”
Morto un Papa se ne fa un altro. Ma dimissionario un Papa? Se ne fa comunque un altro?
Comunque sia, è un evento storico. Ci sono pochissimi Papi che abbiano abdicato, e il più famoso rimane il Celestino V del gran rifiuto. Correva il 1294, le fragole sapevano ancora di fragola e il cielo era limpido.
Gli succedette Bonifacio VIII, lui rimasto alla storia non a causa di qualche rifiuto ma per un altro motivo. Era quello dello “schiaffo di Anagni”, il Papa che fu (sembra) schiaffeggiato dal condottiero Sciarra Colonna nel castello di Anagni.
Quindi, se tanto mi da tanto e la storia è Hegelianamente un ciclo, il prossimo Papa corre fortemente il rischio di essere schiaffeggiato.
Non essendoci più i castelli, magari avverrà dentro un Centro Congressi. E non essendoci più manco i condottieri, magari sarà schiaffeggiato da un Mario Monti qualsiasi, da un Beppe Grillo qualunque, da un qualsivoglia Scilipoti.

La storia è Hegelianamente un ciclo, e Murphianamente na merda. Col passare dei secoli, i valori si stanno riducendo DRASTICAMENTE.

Ma sto divagando.
Diciamo che tutto questo chiaccherar di Chiesa e Papi e quant’altro mi ha fatto venire voglia di rileggere “Cattedrale”, di Raymond Carver.
Quarta raccolta di racconti pubblicata dal povero Ray.
Un secondo, un secondo: perché, ovviamente, voi sapete che Carver scriveva solo racconti o poesie, no? Diceva (cito): “Un racconto scritto bene vale una dozzina di cattivi romanzi”.
Stacce.
Comunque, in Cattedrale trovano posto dodici racconti, dodici gemme, non stringate come gli scritti delle prime due raccolte ma nemmeno prolissi come i racconti seguenti. Cattedrale è la dimensione perfetta, è il momento in cui Carver ha mediato a puntino fra i vari “maestri” da lui scelti come fonte d’ispirazione ( Faulkner, Gardner, Hemingway), e ha generato il suo stile. Lo stile Carver. Inconfondibile.

C’è una cosa di lui che adoro: la capacità di colpire, di scavare, senza bisogno di frasi altisonanti. Carver aborrisce la parola ad effetto.
Questa cosa è importante, vorrei spiegarla bene.
Prendiamo la frase: “E crescendo impari quanto sia bella e grandiosa la felicità” è autoevidente.
E’ chiusa in se stessa, è scritta per stupire. Vuole per forza colpirti, come “Cara, scusami, potresti levarmi il cazzo dal culo?”. Ecco, così.
La frase citata (non quella del cazzo, l’altra), è stata usata non da UNO ma da ben TRE grandissimi scrittori.
Nell’ordine: Richard Bach, Paulo Coelho, Fabio Volo.
E io se li leggo tutti e tre, uno dopo l’altro, rimpiango la chiusura dei campi di concentramento.
Non solo queste tre menti illuminate del XX secolo hanno usato la stessa verità apodittica, ma l’hanno anche palleggiata in maniera pressochè identica in tre diverse opere. Ah, meraviglioso.

La frase invece: “Ho preparato altri due drink. Ho guardato fuori dalla finestra. L’Arizona non era affatto una cattiva idea.
Patti disse: “Vitamine”.” – beh questa frase non contiene alcuna verità. Ma è scritta da Dio. Non c’è alcun superlativo assoluto, alcun grado smaccatamente positivo, nessuna parola che voglia schiaffeggiarti apposta. Però è stata deposta su carta con la classe di Roberto Baggio ai tempi del Brescia.
O del vecchio Ray Carver, ai tempi di Cattedrale.
Lasciatevi mangiare la coscienza dalle sue ambientazioni domestiche, dai suoi bicchieri sempre mezzi pieni, dalle sue facce smunte dal sonno. Seguitelo nelle discussioni con un reduce del Vietnam negro o con i vicini sconfitti dalla vita che scappano in Minnesota. Annusate l’ironia che trasuda ovunque, il senso di malessere, l’odore di sudore e sigarette.
Guai a confonderlo con Bukowski, qui la storia è del tutto diverso. L’eleganza di Carver non ha niente a che vedere con le mani immerse nel fango fino al gomito del vecchio Hank.
Carver è pulito, asciutto, lineare. Straordinario nei non-detti.
Vi lascio con questo periodo:
“Dio solo sa quanto mi dispiace. Senta. Io sono solo un pasticcere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, anni fa, forse, ero una persona diversa. Comunque non lo sono più, se mai lo sono stato. Ora non sono altro che un pasticcere”.

Sbam.

COSA CI BEVIAMO SU?
Volevo una birra semplice. Una birra che fosse in grado di alleviare in gola il bruciore di certe frasi e certi silenzi che Carver regala.
Perciò, ho pensato a Bevera. Prodotta in provincia di Milano dal birrificio Menaresta, nel suo aroma potrete ritrovare la freschezza dei campi falciati da poco, con sentori erbacei e floreali, ma anche odore di casa, di cucina, di pane fatto da poco, di burro, di mele abbandonate in un cestino sul tavolo.
Un tocco di fiori di sambuco completa il quadro.
Il resto lo fa Ray. Fra un racconto e l’altro, una pausa per due sorsate diventa obbligatoria, necessaria.
Come piace a noi.

That’s Danifornication.

NOTA (A PIE’ DI PAGINA) AL DETRATTORE – Stacchetto, tipo jingle di Sanremo ma con in più alcuni rutti in sottofondo.
Oh detrattore, detrattore storno, che leggesti il libro e ora mi graviti intorno:come faccio dopo ogni singolo post, mi piacerebbe rimembrarti che questo è il MIO blog. E non c’è selezione all’ingresso – ma manco un elenco di inviti. Ogni confronto è ben accetto purchè portato con garbo e argomentando. Insulti o rimostranze fini a se stesse non saranno tollerate e verranno bannate senza spiegazione alcuna.
FINE DELLA NOTA POSTUMA. – altro stacchetto, stavolta tipo sigla di “Medicina 33” con la voce in sottofondo di Mike Bongiorno che grida “Allegriaaaa”.

Il Ballo della Vittoria & Quarta Runa

IL LIBRO DI OGGI: “Il Ballo della Vittoria”, Einaudi, 285 pagine, 11 euro.
LA BIRRA DI OGGI: Quarta Runa, di Montegioco.

Dopo l’acquisto shock di Balotelli al Milan oggi un’altra notizia shock. Danifornication va in diretta non solo su questo blog ma pure sul sito della casa editrice Haiku.
A chi di voi obietterà che scrivo talmente di rado che potrebbe andare in diretta pure su Telenorba, non si noterebbe, risponderò: c’hai ragione.
Ma stiamo studiando un sistema per guarire questo male.
In alternativa, pensavo di restituirvi l’IMU.
Per celebrare questa bella novità vorrei dirvi che: oggi se famo male.
Ma de brutto.
Se famo male perché oggi andrò finalmente a scomodare uno dei miti, una vacca sacra della letteratura, e per questo arriveranno UNA CIFRA di personcine col loro ditino puntato a dirmi: “…Tu!”. E una serie di altre cose poco carine.
E pure a quella persona dirò: c’hai ragione.
Però io Coelho non lo sopporto.
Perché è di questo che andremo a parlare oggi. Di Coelho, della Allende, di Marquez, e di tutta quella masnada di romanzieri sudamericani sopravvalutatissimi di cui il lettore occasionale ADORA riempirsi la bocca.
La cosa nasce dal fatto che il libro di cui tratteremo è, appunto, un libro sudamericano. Antonio Skàrmeta è quello, per capirci, del Postino di Neruda.
Ma ha scritto anche cose buone, in vita sua,sapete?
Fra cui, appunto, “il Ballo della Vittoria”.
Allora, andiamo con ordine: Coelho è il Fabio Volo cileno. Solo che è stato torturato. Cosa, per inciso, che dovremmo fare anche noi con Volo.
Ho avuto il dispiacere di leggere diversi libri, del nostro eroe. Mappazze sentimentali grondanti luoghi comuni da bar. L’esempio che amo citare è: “Se una cosa accade una sola volta è possibile che non accada una seconda, ma se è accaduta due volte stai pur certo che accadrà una terza”.
A Coè… Me stai a dì che “non c’è due senza tre”? E me lo dovevi mette dentro a un romanzo? Mi nonna me lo dice da na vita!
Molti di voi obietteranno che mia nonna è di Trastevere e non cilena. E hanno ragione, hanno tutti, sempre, ragione.
Continuo a reputare, todàvia, un insulto che Coelho scriva.
La Allende: a questa j’ha stirato la figlia per colpa di una malattia rarissima. Per vendicarsi ha iniziato a scrivere. C’è rimasta sotto e tutt’ora ce sta sotto. Scrive cose tristi come vedere Babbo Natale sotto Chemioterapici.
Molti di voi obietteranno: ma è normale che una persona prenda spunto dalle esperienze tragiche della sua vita per scrivere! E hanno ragione, hanno tutti, comunque, ragione.
Continuo a reputare, todàvia, la Allende illeggibile.
Marquez. Ecco, lui quasi me piace. A tratti, davvero, gli voglio anche bene. Ma “Cent’anni di solitudine”, quello proprio non me lo doveva fare. Al 714esimo Aureliano Buendia volevo sfilarmi la carotide con le mani. Una cosa insopportabile. Prolisso, ripetitivo, angosciante, sostanzialmente vuoto di idee e zeppo di sintagmi grammaticali ripetuti.
Vabbè, direte voi, capita anche ai migliori di sbagliare un libro. Si, ma lui c’ha vinto un Nobel per la Letteratura. Per Dìo.
Molti di voi obietteranno: mica pretenderai di fare una cattiva recensione su uno che ha vinto il premio Nobel?
E hanno ragione, hanno tutti, sfacciatamente, ragione.
Vorrei, todavia, far notare che anche Akinwande Oluwole Soyinka lo ha vinto. Nel 1986. E non se lo incula nessuno.

Veniamo a Skarmeta. Lasciamo da parte i postini in genere e occupiamoci del nostro ballo.
La traduzione italiana del titolo ha lasciato intatto il delizioso gioco di parole che cela: il ballo della vittoria non va infatti inteso con la “v” minuscola ma maiuscola.
Vittoria Ponce è infatti una dei protagonisti di questa strana storia, di questo western moderno in cui criminalità e amore si intrecciano, messi a bagno nel brodo di una scrittura tanto meravigliosamente ingenua che quasi spezza le reni.
Poi c’è Angel Santiago, un eroe-antieroe, bellissimo e coraggioso, ottimista e al tempo stesso divorato dal desiderio bruciante di una vendetta che non finisce mai.
E il maestro Vergara Gray, il personaggio indubbiamente meglio riuscito del romanzo, in grado di calamitare l’attenzione del lettore coi suoi modi compassati ed eleganti, senza mai dover strafare.

Skarmeta dipinge con mano straordinaria, le prime 7 pagine includono già due capitoli, pieni di non-detti, di vuoti d’aria che creano alla perfezione l’atmosfera. E’ tutto perfetto: i pochi ma incisivi corsivi, i personaggi secondari che entrano e escono di scena coi tempi giusti, le trovate narrative che scombinano tutto e tutto rimettono a posto. O quasi.

In definitiva, senza fare ulteriore spoiler sulla storia (che è una cosa che odio), un libro ben scritto e che si lascia leggere in fretta.

La lettura è considerevolmente migliore se accoppiata con Quarta Runa, fruit beer del Birrificio Montegioco.
Ho scelto proprio questa birra perchè richiama secondo me alla perfezione il romanzo: è una belgian ale, con tutta la ricchezza dei suoi lieviti e dei suoi malti, ma l’aggiunta in fermentazione di Pesche DOP di Volpedo regala al prodotto note acidule persistenti che si mischiano a quelle dolci dei malti e infine le sovrastano, coprendole.
E’ una birra che è come una lotta: due anime combattono fra loro, senza che una riesca a far del tutto sparire l’altra, e come spesso succede il risultato finale è più della somma delle parti.
Come per il nostro Skarmèta: nel suo libro, la vita non è dolce e zuccherosa manco per il cazzo, ma anche nel momento peggiore c’è posto per un po’ d’amore. C’è posto per vedere ancora Vittoria Ponce ballare.

E in culo a tutti i Coelho e alle loro stonate, banali canzoni d’amore.

 

That’s Danifornication.

*NOTA AL DETRATTORE* (messa alla fine, un po’ a sorpresa)-> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Ho comunicato alcune mie opinioni personali, su un blog personale, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di disdire il tuo abbonamento internet e recarti a comprare un vibratore per sfogare altrove le tue frustrazioni! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

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Uomini e Topi & Terzo Miglio

IL LIBRO DI OGGI: “Uomini e Topi”, di John Steinbeck, (1937, Bompiani, 118 pagine, 7,90 euro)

LA BIRRA DI OGGI: Rurale Terzo Miglio, APA prodotta in Italia, 5,8%

 

Cos’è un classico? Cosa rende un libro “un classico”? Una combinazione letale di talento, successo, tradizione e botte di culo.
Il successo di un libro sul pubblico, certamente, contribuisce a renderlo “un classico”. Ma non basta, ovviamente. Fabio Volo ha venduto milioni di copie, ma non diventerà mai “un classico”. Mancano talento e tradizione, resta solo l’immensa botta di culo: può comprarsi il Porsche, non la Storia.

Uomini e Topi E’ un Classico. E’ l’espressione di un esatto periodo, di un esatto momento dell’America, di un preciso momento storico. 1937. La germania Nazista. L’America in sviluppo. Guernika bombardata e rasa al suolo. In Italia nasce il Minculpop. La guerra, la guerra è alle porte.

I venti di guerra in arrivo, che genereranno in quella stessa generazione altri grandi scrittori come Hemingway, non incidono certo sulla campagna americana dove il romanzo è ambientato,  questa bolla rurale fatta di cotone, cavalli e sudore.

Uomini rudi, continuamente in movimento da fattoria in fattoria, da ranch a ranch. Un nuovo lavoro, un mese di paga, il bourbon e le puttane quando arrivano i soldi, e con quel che rimane via, verso un altro ranch. Un altro cavallaio. Altre domeniche passate a giocare ai dadi.

E’ su questo sfondo che si muovono George e Lennie, il piccolo e furbo George quasi tutore di Lennie, un gigante dalla forza smisurata ma col cervello di un bambino.
Sognano un ranch tutto loro e intanto scaricano sacchi di cotone, mentre Lennie accarezza fino alla morte ogni piccola creatura che incontra. E’ la bellezza di tutto ciò che è delicato che stupisce la mente di bambino del gigante e ne sconvolge la capacità di agire.

In Italia il libro arriva con la traduzione (splendida) di Pavese. Scorrono velocemente le poche pagine di questo racconto lungo. Il finale è di una bellezza lancinante, qualcosa che toglie il fiato. Solo una piccola anticipazione: George che carezza idealmente Lennie, raccontandogli per l’ultima volta la storia fantastica che li unisce, il desiderio che tengono stretto per la coda, mentre già sa cosa sarà costretto a fare, è ciò che rende questo libro un classico.

Il libro ha vinto un premio Pulitzer. Ben assegnato.

NOTA (POSTUMA) AL DETRATTORE – stavolta senza stacchetto.
Oh detrattore, detrattore storno, che leggesti il libro e ora mi graviti intorno: qui non ho sentito il bisogno di specificare che non devi cacarmi il cazzo, dato che se dovemo mettese a discute pure su Steimbeck… c’è qualcosa di grave. Sapevatelo.
FINE DELLA NOTA POSTUMA.

Si gusta meglio il libro bevendo una Terzo Miglio: una american pale ale delicata e con altissima beva, luppolata con luppoli americani. Sentori agrumati, resinosi (pino, pompelmo, fieno appena tagliato) aprono la strada ad un amaro secco e pulito che prepara il palato a un altro sorso.
Una birra che parla d’america, come questo romanzo. Una birra che lascia l’amaro in bocca. Come questo romanzo.
Entrambi da bere a grandi sorsi.
That’s danifornication.

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IL LUNEDI INIZIA SEMPRE LA DOMENICA POMERIGGIO & DONDER & BLIKSEN

IL LIBRO DI OGGI: “Il lunedi inizia sempre la domenica pomeriggio”, di Massimo Lolli (2009, Mondadori, 199 pagine, 9 euro)

LA BIRRA DI OGGI: De Molen Donder & Bliksen, pils olandese, 5,9%

Due pompini nelle prime 15 pagine. Mi sembra già un buon motivo per leggere “Il lunedi inizia sempre la domenica pomeriggio”, 4 romanzo di questo autore veneto sconosciuto ai più, ma che personalmente ritengo una delle penne più interessanti che questa italietta dello scrivere abbia da offrire.

Già, perchè fellatio a parte ci sono buoni motivi per leggerlo, questo libro.
Uno stile invidiabile, secco, che non si perde in chiacchere.
Una scrittura cerebrale, intensa, logica, potente.
Una iniezione di cinismo e matematica, anche il sesso è solo parte di un sistema logico come il lavoro, lo sport, la colonizzazione di spazi nuovi da parte di specie animali esogene. L’amore.

Andiamo con ordine: Andrea Borin è un bell’uomo intorno ai 50. Vive a Vicenza e perde il lavoro. Ma nessuno lo sa, perchè in un mondo come il nostro fatto di immagine se si scoprisse sarebbe finito: l’immagine di cinquantenne di successo che si è costruito svanirebbe nel nulla.

Poco importa, al nostro, se mantenere questo segreto lo obbliga a una serie atroce di cautele: non frequentare più donne della sua città, uscire la sera in locali di terz’ordine dispersi ai quattro angoli del veneto, uscire di casa regolarmente ogni mattina, farsi vedere in giro sempre pulito, in giacca e cravatta, a bordo di un Mercedes. Andare a correre in un parco pubblico indossando auricolari perchè nessuno abbia voglia di fermarti e mettersi a parlare – parlare, parlare può tradirti. Può rivelare il tuo segreto, le parole sono pericolose, altro che “importanti” come diceva, qualche anno fa, Nanni Moretti.

Andrea sta raspando il fondo della sua vita, ma la menzogna regge.

Tutto questo, dividendosi fra improbabili relazioni di sesso, setacciandole in cerca di un Utile, utile inteso come guadagno, in uno qualsiasi dei sensi che questa parola può assumere.

Nel libro di Lolli non c’è posto per l’amore se non in piccole finestrelle che si aprono sull’abisso e si richiudono immediatamente dopo.

Poi, ad un certo punto, tutto può cambiare: dopo centinaia di colloqui andati male, una multinazionale tessile cinese si interessa a lui.

…  E il finale, as usual, lo lascio a voi. Considerazioni personali? Considerazioni personali, ma prima…

*NOTA AL DETRATTORE* -> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Sto per comunicare alcune mie opinioni personali, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di saltare questa parte e recarti a comprare un vibratore per sfogare altrove le tue frustrazioni! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

Spettacolo. Lolli solleva alcuni temi fondamentali della nostra società – la difficoltà da parte degli uomini maturi a ricollocarsi nel mondo del lavoro se per caso ne vengono espulsi, la crescita imperiosa della cina, la perdita di sentimento e l’importanza centrale del sesso e delle sue nuove ritualità in questi 2000 confusi e consumisti.

Leggere questo libro farebbe bene a qualche politico che recentemente ha detto che il posto fisso è monotono, farebbe bene a certi professori rimasti incollati a un sistema di vita vecchio di un secolo, farebbe bene a quei genitori che sono in procinto di sfasciare una famiglia e ognuno per la sua strada ma soprattutto fa bene a noi. A quella fascia di persone sotto i trent’anni che sono ancora convinti di avere “tutta la vita davanti” – beh, attenti ragazzi: non è detto che questo sia un bene.

Nel suo soggiorno cinese Lolli – Borin beve una gran quantità di birra cinese, chiara e fresca. E lo scorrere veloce di questa birra è lo stesso di questo libro che vola via, che lascia gli occhi pieni di ironia feroce e disperazione silenziosa.
Naturale la scelta di una birra che possa dissetare, far riprendere le fauci che si seccano mentre ci avveleniamo seguendo le sorti del Nostro.
Donder & Bliksen si adatta bene a questo, beverina, fresca, con sentori erbacei e di agrumi e un finale secco, secchissimo, proprio  come quello del nostro libro.
De Molen, produttore olandese molto quotato, ci ha abituato a prodotti straordinari nel campo della Imperial Stout e della IPA\bitter. Adesso replica con una buona pils, interessante e perfetta da ingollare a litri mentre si aspetta che arrivi, nonostante sia domenica pomeriggio, un altro lunedi.
That’s Danifornication.

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SHANTARAM & SOUTH PACIFIC IIPA

IL LIBRO DI OGGI: “Shantaram”, di Gregory David Roberts (2003, Neri Pozza Editore, 1200 pagine, 19 euro)

LA BIRRA DI OGGI: Revelation Cat South Pacific IIPA, double IPA con luppoli dell’area pacifica. 9,1% alc

Si si, avete letto bene… Mille e duecento pagine. Nonostante i miei ritmi da stakanovista di lettura, e un prepotente ritorno dell’insonnia che mi ha tenuto sveglio per belle nottate, ci è comunque voluto un mesetto per finirlo senza maltrattarlo.

Iniziamo col dire che NON siamo di fronte ad un “capolavoro”. Però, è un bel libro.
Oh si, lo so, c’è chi c’è rimasto sotto. Gironzolando per il web ogni tanto trovi qualcuno che si definisce “folgorato” dal Profeta Criminale Gregory David Roberts. Però parliamo di quella piccola mistica minoranza che alla ricerca di un po’ d’anima in questo occidente corrotto e materialista si attaccherebbe a qualsiasi cosa. Anche a questo Santone da Discount.

Andiamo con ordine: Shantaram è la storia vera (romanzata, aggiungo io) della vita del suo autore. Criminale&Tossicodipendente australiano  che evade dalla prigione di massima sicurezza (per il concetto australiano di “massima sicurezza”) dove è rinchiuso e cerca rifugio e scampo in India.
Qui si crea una nuova identità, “Mr Lin”, e scopre questo paese incredibile, l’India, con le sue contraddizioni, i suoi misteri, le sue persone, i suoi vizi.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio, però, ed evidentemente questo proverbio è in uso pure in Australia: anche in India, infatti, il nostro eroe ricomincia a frequentare l’ambiente criminale.

Ne passa di tutti i colori: dal carcere duro indiano al diventare il medico di uno slum, un agglomerato abusivo di baracche. Dal liberare prostitute americane in un bordello rinomato di Bombay al coltivare i campi in un villaggio sperduto nel nord. Si innamora, sostanzialmente scopa ma manco troppo (una decina di volte in mille e duecento pagine, ce se po’ sta).
Si fa le canne dopo averci detto quanto stava male quando si faceva d’eroina e poi pensa bene di riprendere a farsi d’eroina.
Manca solo l’ubriachezza molesta e praticamente questo sarebbe il Trainspotting indiano. Ma editato da Tarantino, però, con tanto di dettagli splatter di omicidi efferati, un finto-cowboy nativo di Bombay ma che va in giro coi camperos e il cappello a tesa larga e un paio di “stalli alla messicana” che Quentin adora.

Il finale come al solito ve lo ometto, almeno andate a leggervi il libro.

Possiamo quindi abbandonarci ad alcune languide opinioni personali ma prima, come abitudine…

*NOTA AL DETRATTORE* -> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Sto per comunicare alcune mie opinioni personali, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di saltare questa parte! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

Allora: se andiamo ad analizzare lo stile con cui l’opera è scritta, beh, è palese che non sia l’opera di uno “scrittore” nel senso stretto del termine ma di un volenteroso galeotto che avendo tredici anni (questo il tempo di stesura dell’opera) da riempire (il tempo passa lento, in gattabuia), si è messo a scriversi una autobiografia romanzata.

Ripetitivo, a tratti scontato, sensazionalista. Roberts sta a se stesso come la caricatura dell’Americano visto come Texano-completo bianco-sigaro fra i denti-dollaro facile e limousine con corna di vacca attaccate davanti sta a un qualsiasi cittadino statunitense.
Se però si considera, appunto, che non si tratta di qualcuno che professa la professione dello scrivere ma di un ex eroinomane e rapinatore… non gli si poteva certo chiedere di fare Esercizio di Stile.

Ciò che stupisce, in Shantaram, e conquista, è la genuinità. L’entusiasmo che riempie le lacune della storia, l’amore vero dell’autore per quello che scrive, per i ricordi che onora, la schiettezza con cui affronta qualsiasi tema – Dio, l’Amore, la Morte, il Suicidio, la Povertà, il Crimine, la Malattia.
Se dovessi riassumere Roberts in una frase, citerei quella che forse è la battuta meglio riuscita del libro: “Se il Fato non ti fa ridere, vuol dire che non hai capito la barzelletta”. Qui c’è tutto. C’è un disegno divino e quel che meglio puoi fare è prenderlo con filosofia e ridere quando capita. Stop.
Una sorta di “Rasoio di Occam” in versione australo-indiana. Un libro squadrato con l’ascia, ma poi decorato con le perle. Insomma, come detto in apertura: non un capolavoro, ma il gioco vale ampiamente la candela.
Chicca definitiva del libro: Shantaram significa “uomo della pace”. Ovviamente la cosa al protagonista-autore piace UNA CIFRA, quindi esibisce il suo soprannome con orgoglio. Peccato che nelle 1200 pagine uccida più persone lui che il Vaiolo negli ultimi tre secoli.
Probabilmente, il suo concetto di “Pace” è affine al concetto di “Estinzione della razza umana”. A quel punto vi sarà, inevitabilmente, pace.

Che se bevemo con Shantaram?

Allora… La scelta è caduta su South Pacific IIPA di Revelation Cat. In due parole: una double IPA, dove IPA sta per Indian Pale Ale (esatto: birra chiara indiana).
La storiella è semplice: gli inglesi erano produttori e consumatori accaniti di birra perchè nella loro isola inospitale fredda e priva di bidet la Vite non cresce e quindi ssszeru vino.
L’India era colonia inglese, e quindi piena di Inglesi.
Gli inglesi sono tradizionalisti e noiosi.
Gli Inglesi si portavano birra a tonnellate dall’Inghilterra all’India.
Il viaggio avveniva in nave: dai 3 ai 6 mesi. Una INFINITA’. In quel tempo, chiusa al caldo umido e buio delle stive, la birra rifermentava. Il sapore ovviamente ne risentiva, perdendo aroma in favore dell’alcol.
Si aumentava quindi l’apporto di luppolo, che rendeva la birra più aromatica, più profumata, più amara e nascondeva l’alcol.
Nasce così la Indian Pale Ale, o IPA che dir si voglia. Una IIPA è semplicemente una IPA ancora più alcolica.
In questo caso, i luppoli scelti per aromatizzare sono luppoli che crescono nella zona del Sud Pacifico (Australia e Nuova Zelanda).
Ecco trovato il nostro punto d’incontro, l’anello che congiunge India e Australia, come Roberts in Shantaram.
That’s Danifornication.

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