Comunicazioni di servizio 19 marzo

19 marzo, tanti auguri a Edipo, Tullia, Bruto e Mary Blandy. Auguri a John Fante, auguri a Pinocchio. Auguri a tutti quelli che… Auguri, Papà.

Amenità a parte, due dico due danifornicazioni di servizio:

comunicazione 1 ovvero “la continuativa” – Posto troppo poco. Per quanto velocemente io legga, non riesco a leggere più di due libri a settimana, e non tutto è pubblicabile. Quindi, per ovviare al vostro senso di smarrimento, a partire da oggi lanceremo, oltre alle solite menate, una menata nuova. I “Bicchieri della Staffa”: shottini letterari. Una frase o due, citazioni, idee. Una specie di sgroppino letterario, giusto per non farvi sentire soli.
Per le proteste, scrivete ai miei avvocati (Giulio G., Andrea G. e Marco P., autori del libro “Cento colpi di Codice prima di andare in Galera”, storia perversa di tre avvocati che si eccitano solo mangiando le unghie. Dei piedi. Degli altri. Nei cinema. Se volete conoscerli li trovate fra i miei amici Facebook).

comunicazione 2 ovvero “la mondana” – Domani sera leggerò qualche racconto in un locale a Trastevere. Il locale si chiama “8mm”, ed è  a Via del Moro 8, a Trastevere. C’è un aperitivo di quelli oltranzisti che parte dalle 18, io sarò lì dalle 20 e 30 circa e leggero una quaranticinquina di minuti, suppergiù. Sarà anche l’occasione per fare due chiacchere.

Mi accompagnerà al pianoforte il maestro Marco Andriani, che eseguirà anche alcuni suoi brani.

La serata, organizzata dall’ottimo Fabrizio per Freebeats, prevede anche altre forme d’intrattenimento, e… vabbè niente, se volete ci vediamo là.

That’s Danifornication.

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Uomini e Topi & Terzo Miglio

IL LIBRO DI OGGI: “Uomini e Topi”, di John Steinbeck, (1937, Bompiani, 118 pagine, 7,90 euro)

LA BIRRA DI OGGI: Rurale Terzo Miglio, APA prodotta in Italia, 5,8%

 

Cos’è un classico? Cosa rende un libro “un classico”? Una combinazione letale di talento, successo, tradizione e botte di culo.
Il successo di un libro sul pubblico, certamente, contribuisce a renderlo “un classico”. Ma non basta, ovviamente. Fabio Volo ha venduto milioni di copie, ma non diventerà mai “un classico”. Mancano talento e tradizione, resta solo l’immensa botta di culo: può comprarsi il Porsche, non la Storia.

Uomini e Topi E’ un Classico. E’ l’espressione di un esatto periodo, di un esatto momento dell’America, di un preciso momento storico. 1937. La germania Nazista. L’America in sviluppo. Guernika bombardata e rasa al suolo. In Italia nasce il Minculpop. La guerra, la guerra è alle porte.

I venti di guerra in arrivo, che genereranno in quella stessa generazione altri grandi scrittori come Hemingway, non incidono certo sulla campagna americana dove il romanzo è ambientato,  questa bolla rurale fatta di cotone, cavalli e sudore.

Uomini rudi, continuamente in movimento da fattoria in fattoria, da ranch a ranch. Un nuovo lavoro, un mese di paga, il bourbon e le puttane quando arrivano i soldi, e con quel che rimane via, verso un altro ranch. Un altro cavallaio. Altre domeniche passate a giocare ai dadi.

E’ su questo sfondo che si muovono George e Lennie, il piccolo e furbo George quasi tutore di Lennie, un gigante dalla forza smisurata ma col cervello di un bambino.
Sognano un ranch tutto loro e intanto scaricano sacchi di cotone, mentre Lennie accarezza fino alla morte ogni piccola creatura che incontra. E’ la bellezza di tutto ciò che è delicato che stupisce la mente di bambino del gigante e ne sconvolge la capacità di agire.

In Italia il libro arriva con la traduzione (splendida) di Pavese. Scorrono velocemente le poche pagine di questo racconto lungo. Il finale è di una bellezza lancinante, qualcosa che toglie il fiato. Solo una piccola anticipazione: George che carezza idealmente Lennie, raccontandogli per l’ultima volta la storia fantastica che li unisce, il desiderio che tengono stretto per la coda, mentre già sa cosa sarà costretto a fare, è ciò che rende questo libro un classico.

Il libro ha vinto un premio Pulitzer. Ben assegnato.

NOTA (POSTUMA) AL DETRATTORE – stavolta senza stacchetto.
Oh detrattore, detrattore storno, che leggesti il libro e ora mi graviti intorno: qui non ho sentito il bisogno di specificare che non devi cacarmi il cazzo, dato che se dovemo mettese a discute pure su Steimbeck… c’è qualcosa di grave. Sapevatelo.
FINE DELLA NOTA POSTUMA.

Si gusta meglio il libro bevendo una Terzo Miglio: una american pale ale delicata e con altissima beva, luppolata con luppoli americani. Sentori agrumati, resinosi (pino, pompelmo, fieno appena tagliato) aprono la strada ad un amaro secco e pulito che prepara il palato a un altro sorso.
Una birra che parla d’america, come questo romanzo. Una birra che lascia l’amaro in bocca. Come questo romanzo.
Entrambi da bere a grandi sorsi.
That’s danifornication.

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PARETI

E’ domenica pomeriggio e, come ormai abbiamo capito, siamo sostanzialmente già in clima di Lunedì.

Oggi niente recensione, niente birra, oggi è domenica e c’è il sole e se di Domenica si riposava l’Altissimo perchè non riposarmi io?

Però non scrivo qui sopra da un bel po’ e quindi ne approfitto. Ne approfitto per mettere un mio racconto, una cosa scritta qualche tempo fa su ispirazione di un amico che una volta era una brava persona, si ubriacava e regalava perle e molestava le ragazze con la sua chiacchera ipertrofica – adesso no. Adesso ha messo la testa a posto e non è più una brava persona.

Il racconto si intitola Pareti, e mi sa che è la prima volta che lo posto online.

Buona lettura.

 

PARETI

di Danilo Cipollini

Ci ho fatto l’abitudine, ormai, ai periodi morti che di tanto in tanto fanno respirare la mia esistenza. Molto meno riesco ad abituarmi a quelli troppo vivi, quelli in cui il tempo sembra non bastare mai, in cui le disgrazie, come da proverbio, non vengono mai sole.

 

Sarà stato pressappoco un anno fa…

 

Io e Patty avevamo appena superato la seconda crisi del nostro matrimonio, e lei si apprestava a ricominciare il bombardamento cui da tre anni mi sottoponeva nella disperata esigenza di un figlio.

Come se non bastasse, il padrone dello studio dove esercitavo mi aveva messo davanti ad un bivio che, nella sua estrema semplicità, si rivelava insospettabilmente complesso: “o te ne vai, o te ne vai”.

 

Aveva intenzione di interrompere il contratto di affitto, per parcheggiare in quel modesto trilocale un non-so-quale nipote fresco sposo.

In quel periodo il mio lavoro da psicologo rendeva bene, finalmente dopo i primi anni di “gavetta”, quindi colsi l’occasione per acquistare uno studio tutto mio, . Dopo mesi di ricerche e contrattazioni, l’avevo trovato, firmato il contratto, ci avevo fatto dare una bella mano di bianco, e, in quella domenica di metà settembre, mi apprestavo ad affrontare il secondo trasloco della mia vita.

 

Del primo, che mi portava da casa dei miei a quella che stavo per riempire insieme a Patty, ricordavo l’entusiasmo della nuova famiglia che andavo a creare, le notti bianche in sua compagnia, in cui rotoli di carta da parati e letto matrimoniale –entrambi freschi di pòsa – si alternavano senza un ordine preciso.

Di questo secondo sapevo che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata una necessaria seccatura.

 

Fin dal primo momento i ragazzi che si occupavano del trasloco mi avevano fatto capire che il problema più grosso sarebbe stato il mio vecchio pianoforte.

Unico lusso che mi concedevo nella semplicità e nel minimalismo dell’ambiente, non era un bel piano: grosso, tozzo, color faggio, leggermente claudicante da una delle zampe sinistre, tendeva sempre a scordarsi, a differenza di me che, di lui, non mi scordavo mai.

Pezzo forte dell’eredità di un bisnonno contadino al padre di mio padre, era, in sostanza, l’unico filo di unione che attraversava trasversalmente la storia recente della mia famiglia, legando il mio studio in città con le origini campagnole.

Il mio gusto era suonarlo negli spazi morti tra una seduta e l’altra, percorrendo a memoria una qualche fuga o qualche adagio. Non avevo un gran tocco, non ero mai stato particolarmente dotato, ma la cosa mi rilassava parecchio, e mi metteva di buon umore.

 

Lo imbragarono, lo fissarono su di un camion, fu sballottolato per mezza città fino alla zona – elegante e signorile, forse appena un pò periferica – in cui si trovava il mio nuovo studio.

Fu necessario il braccio meccanico per issarlo fino al terzo piano. E non so se fu un errore del manovratore o dei ragazzi che lo aspettavano nella stanza, ma sta di fatto che il mio amato, sgraziato pianoforte finì per scivolare come una palla da biliardo in carambola contro il muro opposto alla finestra da cui fu fatto entrare.

I risultati dell’impatto sorpresero tutti tranne me: illeso il piano, APPENA un po’ impolverato, mentre una crepa larga circa due dita feriva il muro dal pavimento fino a pochi centimetri dal soffitto.

L’idea che i vicini si fecero di me, giudicandomi dalle imprecazioni di quel giorno, deve avermi fatto perdere qualche decina di clienti.

 

Sta di fatto che mi ero quasi rassegnato ad iniziare il mio primo lunedì di visita con quella crepa che sfregiava il volto del mio nuovo studio quando, mentre gli operai stavano andando via, uno dei più giovani mi prese da parte e mi disse: “Dottò, io a tempo perso faccio pure il muratore. Su vuole gliela sistemo io ‘sta crepa. C’ho il materiale a casa, tempo di andare e tornare, un paio d’ore e torna tutto come nuovo…”.

 

La proposta era allettante, e la cifra economica.

Oltretutto, il tipo mi piaceva. Era un ragazzotto abbastanza giovane, di quelli con la faccia allegra, che quando ridono sembra che ridano tutti interi, dalla punta dei capelli alla suola delle scarpe.

 

La prospettiva di aprire con lo studio in ordine mi fece rassegnare all’idea di passare la serata in quella periferia di merda anzichè sul mio divano davanti al posticipo domenicale. Ordinai due pizze mentre l’operaio andava e tornava, e quando furono arrivate e ebbi mangiato la mia mi sedetti davanti al mio colpevole pianoforte, trasformato per l’occasione in tavolo da pranzo, mentre il ragazzetto si apprestava a mettersi al lavoro. Appoggiò contro il muro una scala a pioli e poi, preparato il necessario, si inerpicò su in cima, fino al soffitto, e iniziò a lavorare con una certa lena per risolvere il danno.

Rimasi abbastanza incantato dalla forza, il vigore con cui il ragazzo lavorava, nonostante avesse sulle spalle le ore difficile di un trasloco. Il sorriso, sul volto, era… impeccabile. Sembrava onestamente contento di continuare a lavorare, nonostante il grigiore della periferia, le ore della notte, la pizza ormai fredda nel cartone. Sorrideva.

Solo, ai lati degli occhi, la ragnatela fievole delle prime rughe mi sembrava più fitta di come l’avevo vista quella stessa mattina.

Mi fu spontaneo dirgli “Certo che devi essere parecchio stanco! Lavori tanto…forse troppo…”.

 

Mi rispose con un sorriso e un’alzata di spalle “Voglio far studiare i figli, dottò. E i soldi non bastano mai.” – pausa, colpetto di tosse, sorriso\off, di nuovo sorriso\on, respiro, riprende- “Lei ce n’ha, figli?”. Pensai a Patty e mi si strinse lo stomaco di una fitta colpevole. “No”. Il mio recente amico non si scompose della mia freddezza, e osservo’ con molta naturalezza “Certo, non s’offenda se glielo dico, ma lei co ‘sto mestiere deve guadagnare bene… Ma lo sa che se dovessi rinasce, me piacerebbe fa proprio questo, nella vita?” immutabile sorriso, si accende una sigaretta (ma chi gli ha detto, che può fumare nel MIO studio? Gli va bene che mi sta simpatico..). Solito sorriso stretto intorno al filtro, di nuovo riprende ” Sa..io penso che.. la vita…sia come una scala a pioli. Come questa su cui sto adesso! Ogni azione che facciamo, è un gradino che mettiamo e sul quale ci basiamo per andare avanti. Nel momento in cui lo abbiamo sorpassato, il gradino non sparisce…resta là, nella memoria. Solo che…lei lo sa…  il vento, la pioggia, tutte le rogne della vita… e se qualche gradino era un po’ più fragile degli altri, rischia di rompersi. E certe volte, nella vita, per risolvere i propri dubbi serve di tornare indietro di qualche gradino… E che succede se il gradino non ci regge? Caschiamo, dottò…” . Sorriso ancora più ampio. “E allora a questo servite voi psicologi… Voi ci date una mano a riparare i gradini traballanti, così che ci reggano ancora quando ci serve, e ci date modo di risolvere i nostri dubbi, e continuare a mettere altri gradini nuovi sulla nostra scala a pioli. E così si va avanti”.

Yacque di botto e si rimise a lavorare, tirando altre due boccate dalla sigaretta ormai quasi finita, senza che il sorriso si spostasse d’un millimetro.

Aveva detto tutto questo con grande naturalezza, senza mai smettere di lavorare alla crepa. E, una volta finito, con la stessa naturalezza si girò, mi sorrise, e ricominciò a lavorare.

Mi aveva sorpreso. Tanto. Mi aveva lasciato con la gola secca, mi sembrava impossibile che un uomo così semplice potesse aver detto cose così interessanti. Per quanto rudimentale, la tesi era suggestiva, e glielo dovevo riconoscere! Mi sentii immediatamente più vicino a lui, tanto vicino da voler condividere subito con lui quello che pensavo.

 

“Lo sai invece che penso io? Che la vita è una stanza.”, indicai con l’indice l’ambiente circostante, con fare vago. “Quando la senti troppo sporca, dai una mano di tinta e sembra un po’ più nuova. Solo che a volte ci sono eventi, cambiamenti, persone, che non si limitano a sporcare e basta. Come pianoforti in corsa, ti spaccano le pareti, e sulla stanza che è la tua vita si aprirà una crepa.”. Io nemmeno lo guardavo, non so più se parlavo a lui o a me stesso. Però lo sentii sorridere. E’ difficile, un sorriso non fa rumore, e io ero alle sue spalle, e non lo stavo osservando. Però lo sentii nettamente sorridere ancora più largo, mi sembrava di avere le mani sulle sue guance e di sentire sotto di me i muscoli tendersi e le labbra aprirsi.

Presi forza e continuai ” E allora, a quel punto, ti serve uno che ti rimetta a posto la crepa. E spesso è uno che non t’aspetti, uno che nella tua stanza manco ci doveva essere o che c’era, sì, ma per fare un altro lavoro. E quelli sono i migliori… quelli che le cose le risolvono inaspettatamente”.

 

Quella sera praticamente non ci dicemmo altro. A un certo punto accesi la radio e seguimmo il finale della partita. Scoprii così che la sua squadra giocava contro la mia. Pure lì, vinse lui.

 

E nemmeno io so perchè adesso ti racconto queste cose, Veronica. Non so perchè parlo ad alta voce nel cuore della notte, mentre tu dormi profondamente – eri stremata, dopo l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore- e io invece non riesco a prendere sonno.

 

Stanotte è un anno esatto da quella notte, nel mio studio. Per quanto ti riguarda, in quella data ci conoscevamo già, e iniziavamo proprio in quel periodo ad essere amanti. In quello studio che, nei mesi seguenti, tante volte ci ha visto nudi a scambiarci la pelle, la sera, mentre Patty mi credeva immerso in qualche caso difficile da analizzare, proprio in quello studio, davanti al pianoforte sul quale tante volte ti ho preso, io ti ho pensato.

 

Si, proprio a te, che hai rimesso a posto le crepe nella mia vita. Che mi ha ridato una parete pulita, per permettermi di andare avanti nel mio matrimonio. Di mettere al mondo un figlio che ora dorme nel suo lettino, e non sa dove passa, il suo papà, la notte.

E se riesco ancora a prenderlo in braccio senza sentire il cuore farsi polvere, è merito tuo, che mi ripari le crepe dentro.

 

 

Questa notte è il mio grazie.

 

 

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IL LUNEDI INIZIA SEMPRE LA DOMENICA POMERIGGIO & DONDER & BLIKSEN

IL LIBRO DI OGGI: “Il lunedi inizia sempre la domenica pomeriggio”, di Massimo Lolli (2009, Mondadori, 199 pagine, 9 euro)

LA BIRRA DI OGGI: De Molen Donder & Bliksen, pils olandese, 5,9%

Due pompini nelle prime 15 pagine. Mi sembra già un buon motivo per leggere “Il lunedi inizia sempre la domenica pomeriggio”, 4 romanzo di questo autore veneto sconosciuto ai più, ma che personalmente ritengo una delle penne più interessanti che questa italietta dello scrivere abbia da offrire.

Già, perchè fellatio a parte ci sono buoni motivi per leggerlo, questo libro.
Uno stile invidiabile, secco, che non si perde in chiacchere.
Una scrittura cerebrale, intensa, logica, potente.
Una iniezione di cinismo e matematica, anche il sesso è solo parte di un sistema logico come il lavoro, lo sport, la colonizzazione di spazi nuovi da parte di specie animali esogene. L’amore.

Andiamo con ordine: Andrea Borin è un bell’uomo intorno ai 50. Vive a Vicenza e perde il lavoro. Ma nessuno lo sa, perchè in un mondo come il nostro fatto di immagine se si scoprisse sarebbe finito: l’immagine di cinquantenne di successo che si è costruito svanirebbe nel nulla.

Poco importa, al nostro, se mantenere questo segreto lo obbliga a una serie atroce di cautele: non frequentare più donne della sua città, uscire la sera in locali di terz’ordine dispersi ai quattro angoli del veneto, uscire di casa regolarmente ogni mattina, farsi vedere in giro sempre pulito, in giacca e cravatta, a bordo di un Mercedes. Andare a correre in un parco pubblico indossando auricolari perchè nessuno abbia voglia di fermarti e mettersi a parlare – parlare, parlare può tradirti. Può rivelare il tuo segreto, le parole sono pericolose, altro che “importanti” come diceva, qualche anno fa, Nanni Moretti.

Andrea sta raspando il fondo della sua vita, ma la menzogna regge.

Tutto questo, dividendosi fra improbabili relazioni di sesso, setacciandole in cerca di un Utile, utile inteso come guadagno, in uno qualsiasi dei sensi che questa parola può assumere.

Nel libro di Lolli non c’è posto per l’amore se non in piccole finestrelle che si aprono sull’abisso e si richiudono immediatamente dopo.

Poi, ad un certo punto, tutto può cambiare: dopo centinaia di colloqui andati male, una multinazionale tessile cinese si interessa a lui.

…  E il finale, as usual, lo lascio a voi. Considerazioni personali? Considerazioni personali, ma prima…

*NOTA AL DETRATTORE* -> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Sto per comunicare alcune mie opinioni personali, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di saltare questa parte e recarti a comprare un vibratore per sfogare altrove le tue frustrazioni! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

Spettacolo. Lolli solleva alcuni temi fondamentali della nostra società – la difficoltà da parte degli uomini maturi a ricollocarsi nel mondo del lavoro se per caso ne vengono espulsi, la crescita imperiosa della cina, la perdita di sentimento e l’importanza centrale del sesso e delle sue nuove ritualità in questi 2000 confusi e consumisti.

Leggere questo libro farebbe bene a qualche politico che recentemente ha detto che il posto fisso è monotono, farebbe bene a certi professori rimasti incollati a un sistema di vita vecchio di un secolo, farebbe bene a quei genitori che sono in procinto di sfasciare una famiglia e ognuno per la sua strada ma soprattutto fa bene a noi. A quella fascia di persone sotto i trent’anni che sono ancora convinti di avere “tutta la vita davanti” – beh, attenti ragazzi: non è detto che questo sia un bene.

Nel suo soggiorno cinese Lolli – Borin beve una gran quantità di birra cinese, chiara e fresca. E lo scorrere veloce di questa birra è lo stesso di questo libro che vola via, che lascia gli occhi pieni di ironia feroce e disperazione silenziosa.
Naturale la scelta di una birra che possa dissetare, far riprendere le fauci che si seccano mentre ci avveleniamo seguendo le sorti del Nostro.
Donder & Bliksen si adatta bene a questo, beverina, fresca, con sentori erbacei e di agrumi e un finale secco, secchissimo, proprio  come quello del nostro libro.
De Molen, produttore olandese molto quotato, ci ha abituato a prodotti straordinari nel campo della Imperial Stout e della IPA\bitter. Adesso replica con una buona pils, interessante e perfetta da ingollare a litri mentre si aspetta che arrivi, nonostante sia domenica pomeriggio, un altro lunedi.
That’s Danifornication.

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SHANTARAM & SOUTH PACIFIC IIPA

IL LIBRO DI OGGI: “Shantaram”, di Gregory David Roberts (2003, Neri Pozza Editore, 1200 pagine, 19 euro)

LA BIRRA DI OGGI: Revelation Cat South Pacific IIPA, double IPA con luppoli dell’area pacifica. 9,1% alc

Si si, avete letto bene… Mille e duecento pagine. Nonostante i miei ritmi da stakanovista di lettura, e un prepotente ritorno dell’insonnia che mi ha tenuto sveglio per belle nottate, ci è comunque voluto un mesetto per finirlo senza maltrattarlo.

Iniziamo col dire che NON siamo di fronte ad un “capolavoro”. Però, è un bel libro.
Oh si, lo so, c’è chi c’è rimasto sotto. Gironzolando per il web ogni tanto trovi qualcuno che si definisce “folgorato” dal Profeta Criminale Gregory David Roberts. Però parliamo di quella piccola mistica minoranza che alla ricerca di un po’ d’anima in questo occidente corrotto e materialista si attaccherebbe a qualsiasi cosa. Anche a questo Santone da Discount.

Andiamo con ordine: Shantaram è la storia vera (romanzata, aggiungo io) della vita del suo autore. Criminale&Tossicodipendente australiano  che evade dalla prigione di massima sicurezza (per il concetto australiano di “massima sicurezza”) dove è rinchiuso e cerca rifugio e scampo in India.
Qui si crea una nuova identità, “Mr Lin”, e scopre questo paese incredibile, l’India, con le sue contraddizioni, i suoi misteri, le sue persone, i suoi vizi.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio, però, ed evidentemente questo proverbio è in uso pure in Australia: anche in India, infatti, il nostro eroe ricomincia a frequentare l’ambiente criminale.

Ne passa di tutti i colori: dal carcere duro indiano al diventare il medico di uno slum, un agglomerato abusivo di baracche. Dal liberare prostitute americane in un bordello rinomato di Bombay al coltivare i campi in un villaggio sperduto nel nord. Si innamora, sostanzialmente scopa ma manco troppo (una decina di volte in mille e duecento pagine, ce se po’ sta).
Si fa le canne dopo averci detto quanto stava male quando si faceva d’eroina e poi pensa bene di riprendere a farsi d’eroina.
Manca solo l’ubriachezza molesta e praticamente questo sarebbe il Trainspotting indiano. Ma editato da Tarantino, però, con tanto di dettagli splatter di omicidi efferati, un finto-cowboy nativo di Bombay ma che va in giro coi camperos e il cappello a tesa larga e un paio di “stalli alla messicana” che Quentin adora.

Il finale come al solito ve lo ometto, almeno andate a leggervi il libro.

Possiamo quindi abbandonarci ad alcune languide opinioni personali ma prima, come abitudine…

*NOTA AL DETRATTORE* -> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Sto per comunicare alcune mie opinioni personali, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di saltare questa parte! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

Allora: se andiamo ad analizzare lo stile con cui l’opera è scritta, beh, è palese che non sia l’opera di uno “scrittore” nel senso stretto del termine ma di un volenteroso galeotto che avendo tredici anni (questo il tempo di stesura dell’opera) da riempire (il tempo passa lento, in gattabuia), si è messo a scriversi una autobiografia romanzata.

Ripetitivo, a tratti scontato, sensazionalista. Roberts sta a se stesso come la caricatura dell’Americano visto come Texano-completo bianco-sigaro fra i denti-dollaro facile e limousine con corna di vacca attaccate davanti sta a un qualsiasi cittadino statunitense.
Se però si considera, appunto, che non si tratta di qualcuno che professa la professione dello scrivere ma di un ex eroinomane e rapinatore… non gli si poteva certo chiedere di fare Esercizio di Stile.

Ciò che stupisce, in Shantaram, e conquista, è la genuinità. L’entusiasmo che riempie le lacune della storia, l’amore vero dell’autore per quello che scrive, per i ricordi che onora, la schiettezza con cui affronta qualsiasi tema – Dio, l’Amore, la Morte, il Suicidio, la Povertà, il Crimine, la Malattia.
Se dovessi riassumere Roberts in una frase, citerei quella che forse è la battuta meglio riuscita del libro: “Se il Fato non ti fa ridere, vuol dire che non hai capito la barzelletta”. Qui c’è tutto. C’è un disegno divino e quel che meglio puoi fare è prenderlo con filosofia e ridere quando capita. Stop.
Una sorta di “Rasoio di Occam” in versione australo-indiana. Un libro squadrato con l’ascia, ma poi decorato con le perle. Insomma, come detto in apertura: non un capolavoro, ma il gioco vale ampiamente la candela.
Chicca definitiva del libro: Shantaram significa “uomo della pace”. Ovviamente la cosa al protagonista-autore piace UNA CIFRA, quindi esibisce il suo soprannome con orgoglio. Peccato che nelle 1200 pagine uccida più persone lui che il Vaiolo negli ultimi tre secoli.
Probabilmente, il suo concetto di “Pace” è affine al concetto di “Estinzione della razza umana”. A quel punto vi sarà, inevitabilmente, pace.

Che se bevemo con Shantaram?

Allora… La scelta è caduta su South Pacific IIPA di Revelation Cat. In due parole: una double IPA, dove IPA sta per Indian Pale Ale (esatto: birra chiara indiana).
La storiella è semplice: gli inglesi erano produttori e consumatori accaniti di birra perchè nella loro isola inospitale fredda e priva di bidet la Vite non cresce e quindi ssszeru vino.
L’India era colonia inglese, e quindi piena di Inglesi.
Gli inglesi sono tradizionalisti e noiosi.
Gli Inglesi si portavano birra a tonnellate dall’Inghilterra all’India.
Il viaggio avveniva in nave: dai 3 ai 6 mesi. Una INFINITA’. In quel tempo, chiusa al caldo umido e buio delle stive, la birra rifermentava. Il sapore ovviamente ne risentiva, perdendo aroma in favore dell’alcol.
Si aumentava quindi l’apporto di luppolo, che rendeva la birra più aromatica, più profumata, più amara e nascondeva l’alcol.
Nasce così la Indian Pale Ale, o IPA che dir si voglia. Una IIPA è semplicemente una IPA ancora più alcolica.
In questo caso, i luppoli scelti per aromatizzare sono luppoli che crescono nella zona del Sud Pacifico (Australia e Nuova Zelanda).
Ecco trovato il nostro punto d’incontro, l’anello che congiunge India e Australia, come Roberts in Shantaram.
That’s Danifornication.

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