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Il Ballo della Vittoria & Quarta Runa

IL LIBRO DI OGGI: “Il Ballo della Vittoria”, Einaudi, 285 pagine, 11 euro.
LA BIRRA DI OGGI: Quarta Runa, di Montegioco.

Dopo l’acquisto shock di Balotelli al Milan oggi un’altra notizia shock. Danifornication va in diretta non solo su questo blog ma pure sul sito della casa editrice Haiku.
A chi di voi obietterà che scrivo talmente di rado che potrebbe andare in diretta pure su Telenorba, non si noterebbe, risponderò: c’hai ragione.
Ma stiamo studiando un sistema per guarire questo male.
In alternativa, pensavo di restituirvi l’IMU.
Per celebrare questa bella novità vorrei dirvi che: oggi se famo male.
Ma de brutto.
Se famo male perché oggi andrò finalmente a scomodare uno dei miti, una vacca sacra della letteratura, e per questo arriveranno UNA CIFRA di personcine col loro ditino puntato a dirmi: “…Tu!”. E una serie di altre cose poco carine.
E pure a quella persona dirò: c’hai ragione.
Però io Coelho non lo sopporto.
Perché è di questo che andremo a parlare oggi. Di Coelho, della Allende, di Marquez, e di tutta quella masnada di romanzieri sudamericani sopravvalutatissimi di cui il lettore occasionale ADORA riempirsi la bocca.
La cosa nasce dal fatto che il libro di cui tratteremo è, appunto, un libro sudamericano. Antonio Skàrmeta è quello, per capirci, del Postino di Neruda.
Ma ha scritto anche cose buone, in vita sua,sapete?
Fra cui, appunto, “il Ballo della Vittoria”.
Allora, andiamo con ordine: Coelho è il Fabio Volo cileno. Solo che è stato torturato. Cosa, per inciso, che dovremmo fare anche noi con Volo.
Ho avuto il dispiacere di leggere diversi libri, del nostro eroe. Mappazze sentimentali grondanti luoghi comuni da bar. L’esempio che amo citare è: “Se una cosa accade una sola volta è possibile che non accada una seconda, ma se è accaduta due volte stai pur certo che accadrà una terza”.
A Coè… Me stai a dì che “non c’è due senza tre”? E me lo dovevi mette dentro a un romanzo? Mi nonna me lo dice da na vita!
Molti di voi obietteranno che mia nonna è di Trastevere e non cilena. E hanno ragione, hanno tutti, sempre, ragione.
Continuo a reputare, todàvia, un insulto che Coelho scriva.
La Allende: a questa j’ha stirato la figlia per colpa di una malattia rarissima. Per vendicarsi ha iniziato a scrivere. C’è rimasta sotto e tutt’ora ce sta sotto. Scrive cose tristi come vedere Babbo Natale sotto Chemioterapici.
Molti di voi obietteranno: ma è normale che una persona prenda spunto dalle esperienze tragiche della sua vita per scrivere! E hanno ragione, hanno tutti, comunque, ragione.
Continuo a reputare, todàvia, la Allende illeggibile.
Marquez. Ecco, lui quasi me piace. A tratti, davvero, gli voglio anche bene. Ma “Cent’anni di solitudine”, quello proprio non me lo doveva fare. Al 714esimo Aureliano Buendia volevo sfilarmi la carotide con le mani. Una cosa insopportabile. Prolisso, ripetitivo, angosciante, sostanzialmente vuoto di idee e zeppo di sintagmi grammaticali ripetuti.
Vabbè, direte voi, capita anche ai migliori di sbagliare un libro. Si, ma lui c’ha vinto un Nobel per la Letteratura. Per Dìo.
Molti di voi obietteranno: mica pretenderai di fare una cattiva recensione su uno che ha vinto il premio Nobel?
E hanno ragione, hanno tutti, sfacciatamente, ragione.
Vorrei, todavia, far notare che anche Akinwande Oluwole Soyinka lo ha vinto. Nel 1986. E non se lo incula nessuno.

Veniamo a Skarmeta. Lasciamo da parte i postini in genere e occupiamoci del nostro ballo.
La traduzione italiana del titolo ha lasciato intatto il delizioso gioco di parole che cela: il ballo della vittoria non va infatti inteso con la “v” minuscola ma maiuscola.
Vittoria Ponce è infatti una dei protagonisti di questa strana storia, di questo western moderno in cui criminalità e amore si intrecciano, messi a bagno nel brodo di una scrittura tanto meravigliosamente ingenua che quasi spezza le reni.
Poi c’è Angel Santiago, un eroe-antieroe, bellissimo e coraggioso, ottimista e al tempo stesso divorato dal desiderio bruciante di una vendetta che non finisce mai.
E il maestro Vergara Gray, il personaggio indubbiamente meglio riuscito del romanzo, in grado di calamitare l’attenzione del lettore coi suoi modi compassati ed eleganti, senza mai dover strafare.

Skarmeta dipinge con mano straordinaria, le prime 7 pagine includono già due capitoli, pieni di non-detti, di vuoti d’aria che creano alla perfezione l’atmosfera. E’ tutto perfetto: i pochi ma incisivi corsivi, i personaggi secondari che entrano e escono di scena coi tempi giusti, le trovate narrative che scombinano tutto e tutto rimettono a posto. O quasi.

In definitiva, senza fare ulteriore spoiler sulla storia (che è una cosa che odio), un libro ben scritto e che si lascia leggere in fretta.

La lettura è considerevolmente migliore se accoppiata con Quarta Runa, fruit beer del Birrificio Montegioco.
Ho scelto proprio questa birra perchè richiama secondo me alla perfezione il romanzo: è una belgian ale, con tutta la ricchezza dei suoi lieviti e dei suoi malti, ma l’aggiunta in fermentazione di Pesche DOP di Volpedo regala al prodotto note acidule persistenti che si mischiano a quelle dolci dei malti e infine le sovrastano, coprendole.
E’ una birra che è come una lotta: due anime combattono fra loro, senza che una riesca a far del tutto sparire l’altra, e come spesso succede il risultato finale è più della somma delle parti.
Come per il nostro Skarmèta: nel suo libro, la vita non è dolce e zuccherosa manco per il cazzo, ma anche nel momento peggiore c’è posto per un po’ d’amore. C’è posto per vedere ancora Vittoria Ponce ballare.

E in culo a tutti i Coelho e alle loro stonate, banali canzoni d’amore.

 

That’s Danifornication.

*NOTA AL DETRATTORE* (messa alla fine, un po’ a sorpresa)-> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Ho comunicato alcune mie opinioni personali, su un blog personale, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di disdire il tuo abbonamento internet e recarti a comprare un vibratore per sfogare altrove le tue frustrazioni! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

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Uomini e Topi & Terzo Miglio

IL LIBRO DI OGGI: “Uomini e Topi”, di John Steinbeck, (1937, Bompiani, 118 pagine, 7,90 euro)

LA BIRRA DI OGGI: Rurale Terzo Miglio, APA prodotta in Italia, 5,8%

 

Cos’è un classico? Cosa rende un libro “un classico”? Una combinazione letale di talento, successo, tradizione e botte di culo.
Il successo di un libro sul pubblico, certamente, contribuisce a renderlo “un classico”. Ma non basta, ovviamente. Fabio Volo ha venduto milioni di copie, ma non diventerà mai “un classico”. Mancano talento e tradizione, resta solo l’immensa botta di culo: può comprarsi il Porsche, non la Storia.

Uomini e Topi E’ un Classico. E’ l’espressione di un esatto periodo, di un esatto momento dell’America, di un preciso momento storico. 1937. La germania Nazista. L’America in sviluppo. Guernika bombardata e rasa al suolo. In Italia nasce il Minculpop. La guerra, la guerra è alle porte.

I venti di guerra in arrivo, che genereranno in quella stessa generazione altri grandi scrittori come Hemingway, non incidono certo sulla campagna americana dove il romanzo è ambientato,  questa bolla rurale fatta di cotone, cavalli e sudore.

Uomini rudi, continuamente in movimento da fattoria in fattoria, da ranch a ranch. Un nuovo lavoro, un mese di paga, il bourbon e le puttane quando arrivano i soldi, e con quel che rimane via, verso un altro ranch. Un altro cavallaio. Altre domeniche passate a giocare ai dadi.

E’ su questo sfondo che si muovono George e Lennie, il piccolo e furbo George quasi tutore di Lennie, un gigante dalla forza smisurata ma col cervello di un bambino.
Sognano un ranch tutto loro e intanto scaricano sacchi di cotone, mentre Lennie accarezza fino alla morte ogni piccola creatura che incontra. E’ la bellezza di tutto ciò che è delicato che stupisce la mente di bambino del gigante e ne sconvolge la capacità di agire.

In Italia il libro arriva con la traduzione (splendida) di Pavese. Scorrono velocemente le poche pagine di questo racconto lungo. Il finale è di una bellezza lancinante, qualcosa che toglie il fiato. Solo una piccola anticipazione: George che carezza idealmente Lennie, raccontandogli per l’ultima volta la storia fantastica che li unisce, il desiderio che tengono stretto per la coda, mentre già sa cosa sarà costretto a fare, è ciò che rende questo libro un classico.

Il libro ha vinto un premio Pulitzer. Ben assegnato.

NOTA (POSTUMA) AL DETRATTORE – stavolta senza stacchetto.
Oh detrattore, detrattore storno, che leggesti il libro e ora mi graviti intorno: qui non ho sentito il bisogno di specificare che non devi cacarmi il cazzo, dato che se dovemo mettese a discute pure su Steimbeck… c’è qualcosa di grave. Sapevatelo.
FINE DELLA NOTA POSTUMA.

Si gusta meglio il libro bevendo una Terzo Miglio: una american pale ale delicata e con altissima beva, luppolata con luppoli americani. Sentori agrumati, resinosi (pino, pompelmo, fieno appena tagliato) aprono la strada ad un amaro secco e pulito che prepara il palato a un altro sorso.
Una birra che parla d’america, come questo romanzo. Una birra che lascia l’amaro in bocca. Come questo romanzo.
Entrambi da bere a grandi sorsi.
That’s danifornication.

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IL LUNEDI INIZIA SEMPRE LA DOMENICA POMERIGGIO & DONDER & BLIKSEN

IL LIBRO DI OGGI: “Il lunedi inizia sempre la domenica pomeriggio”, di Massimo Lolli (2009, Mondadori, 199 pagine, 9 euro)

LA BIRRA DI OGGI: De Molen Donder & Bliksen, pils olandese, 5,9%

Due pompini nelle prime 15 pagine. Mi sembra già un buon motivo per leggere “Il lunedi inizia sempre la domenica pomeriggio”, 4 romanzo di questo autore veneto sconosciuto ai più, ma che personalmente ritengo una delle penne più interessanti che questa italietta dello scrivere abbia da offrire.

Già, perchè fellatio a parte ci sono buoni motivi per leggerlo, questo libro.
Uno stile invidiabile, secco, che non si perde in chiacchere.
Una scrittura cerebrale, intensa, logica, potente.
Una iniezione di cinismo e matematica, anche il sesso è solo parte di un sistema logico come il lavoro, lo sport, la colonizzazione di spazi nuovi da parte di specie animali esogene. L’amore.

Andiamo con ordine: Andrea Borin è un bell’uomo intorno ai 50. Vive a Vicenza e perde il lavoro. Ma nessuno lo sa, perchè in un mondo come il nostro fatto di immagine se si scoprisse sarebbe finito: l’immagine di cinquantenne di successo che si è costruito svanirebbe nel nulla.

Poco importa, al nostro, se mantenere questo segreto lo obbliga a una serie atroce di cautele: non frequentare più donne della sua città, uscire la sera in locali di terz’ordine dispersi ai quattro angoli del veneto, uscire di casa regolarmente ogni mattina, farsi vedere in giro sempre pulito, in giacca e cravatta, a bordo di un Mercedes. Andare a correre in un parco pubblico indossando auricolari perchè nessuno abbia voglia di fermarti e mettersi a parlare – parlare, parlare può tradirti. Può rivelare il tuo segreto, le parole sono pericolose, altro che “importanti” come diceva, qualche anno fa, Nanni Moretti.

Andrea sta raspando il fondo della sua vita, ma la menzogna regge.

Tutto questo, dividendosi fra improbabili relazioni di sesso, setacciandole in cerca di un Utile, utile inteso come guadagno, in uno qualsiasi dei sensi che questa parola può assumere.

Nel libro di Lolli non c’è posto per l’amore se non in piccole finestrelle che si aprono sull’abisso e si richiudono immediatamente dopo.

Poi, ad un certo punto, tutto può cambiare: dopo centinaia di colloqui andati male, una multinazionale tessile cinese si interessa a lui.

…  E il finale, as usual, lo lascio a voi. Considerazioni personali? Considerazioni personali, ma prima…

*NOTA AL DETRATTORE* -> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Sto per comunicare alcune mie opinioni personali, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di saltare questa parte e recarti a comprare un vibratore per sfogare altrove le tue frustrazioni! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

Spettacolo. Lolli solleva alcuni temi fondamentali della nostra società – la difficoltà da parte degli uomini maturi a ricollocarsi nel mondo del lavoro se per caso ne vengono espulsi, la crescita imperiosa della cina, la perdita di sentimento e l’importanza centrale del sesso e delle sue nuove ritualità in questi 2000 confusi e consumisti.

Leggere questo libro farebbe bene a qualche politico che recentemente ha detto che il posto fisso è monotono, farebbe bene a certi professori rimasti incollati a un sistema di vita vecchio di un secolo, farebbe bene a quei genitori che sono in procinto di sfasciare una famiglia e ognuno per la sua strada ma soprattutto fa bene a noi. A quella fascia di persone sotto i trent’anni che sono ancora convinti di avere “tutta la vita davanti” – beh, attenti ragazzi: non è detto che questo sia un bene.

Nel suo soggiorno cinese Lolli – Borin beve una gran quantità di birra cinese, chiara e fresca. E lo scorrere veloce di questa birra è lo stesso di questo libro che vola via, che lascia gli occhi pieni di ironia feroce e disperazione silenziosa.
Naturale la scelta di una birra che possa dissetare, far riprendere le fauci che si seccano mentre ci avveleniamo seguendo le sorti del Nostro.
Donder & Bliksen si adatta bene a questo, beverina, fresca, con sentori erbacei e di agrumi e un finale secco, secchissimo, proprio  come quello del nostro libro.
De Molen, produttore olandese molto quotato, ci ha abituato a prodotti straordinari nel campo della Imperial Stout e della IPA\bitter. Adesso replica con una buona pils, interessante e perfetta da ingollare a litri mentre si aspetta che arrivi, nonostante sia domenica pomeriggio, un altro lunedi.
That’s Danifornication.

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Mr Gwyn & Nogne Oak’d Bruin

IL LIBRO DI OGGI: “Mr Gwyn”, di Alessandro Baricco  (2011, Feltrinelli, 158 pp  euro 14)

LA BIRRA DI OGGI: Oak’d Bruin, di Nogne-O (NORVEGIA), Stile: Belgian Ale, 6,6% alc.

Oh. Cominciamo subito “col botto”. Eh si, perchè cominciamo subito col più scomodo degli autori con cui cominciare.
Ogni volta che si parla di Baricco, il pubblico si divide in due: quelli che lo odiano e quelli che lo detestano.

La differenza è sostanziale, e ve la spiego: quelli che lo odiano, lo odiano perchè prima lo amavano. Alla follia. Baricco, il “vecchio” Baricco, è uno scrittore che può dare dipendenza. Purtroppo, da qualche anno a questa parte, s’è totalmente giocato il cervello e quindi le cose che scrive non sono più qualitativamente all’altezza. Ma vabbè. Quelli che lo detestano, invece, lo detestano a livello ontologico, proprio, detestano la sua “Baricchità” – per così dire, l’hanno sempre detestato e sempre lo detesteranno.

Ho scelto di accompagnare questa recensione con una Oak’d Bruin di Nogne-O, produttore Norvegese il cui nome non scriverò mai bene finchè non imparerò come si fa la O spaccata al centro con questa tastiera. Quindi mai, dato che “Nogne-O” è l’unica cosa in norvegese che devo scrivere.

Iniziamo.
Ho avuto il privilegio di vedere Baricco stesso presentare questo libro appena pubblicato, presso la Feltrinelli di Via Appia, qui a Roma.
L’istrionico e rubizzo torinese si cautelò di spiegarci molto bene cosa intendeva fare nello scrivere questo libro. Ovvero, un’opera di artigianato. Si disse ossessionato da questa idea – un uomo che passa su un pezzo di legno con la carta vetrata, e ad ogni passaggio lo rende più liscio.
Bisogna dargli atto che effettivamente, a livello stilistico, l’operazione è riuscita.
E bisogna anche dargli atto del fatto che, se confrontiamo “Mr Gwyn” con le sue ultime due fatiche (“Questa Storia”, “Emmaus”), il risultato è lievemente migliore. Il che non significa che sia buono.

Accenniamo rapidamente la storia: Jasper Gwyn è uno scrittore inglese poco più che 40enne e discretamente noto. Ha all’attivo tre romanzi, un racconto e un saggetto  (grosso modo gli stessi che Baricco aveva all’attivo a quarantatrè anni)  e una mattina decide di smettere di scrivere.
Il suo agente prova a dissuaderlo (blablablabla), lui parte e va in viaggio a Granada (si fa una trombata e blablablabla), poi inizia a MANCARGLI il gesto dello scrivere (ma non vuole ritrattare quel che ha deciso e blablablabla) ed è così che gli viene L’IDEA: diventare un Copista. Qualsiasi cosa Copista significhi.

Essì, perchè  (cito da Wikipedia) Copista è  ” sinonimo di amanuense, chi copiava i manoscritti prima dell’avvento della stampa”.
Ma non è AFFATTO questo quel che mr.Gwyn fa. Perchè, in sostanza, quel che decide di fare è realizzare dei ritratti di persone – solo, di farlo usando la PAROLA, e non la pittura, come mezzo.
L’idea che Baricco vorrebbe suggerirci è quella di considerare l’Uomo come una storia semovente e quindi di “trascriverlo” su carta. Il sospetto che viene, è che abbia usato la parola Copista solo perchè fa figo infilare in un libro un mestiere estinto da secoli. Anche come parola, “Copista”, da un certo gusto. Non trovate? Anzi penso che la scriverò altre due o tre volte. Copista, copista, copista.
Aaaah.

Comunque sia, non vi svelo il finale altrimenti non mi leggete più il libro e A) Baricco mi fa causa  B) la prossima volta che trovate chiusa H&M e finite in libreria anzichè comprare Baricco comprate Umberto Eco (se non qualcosa di peggio) e QUESTO è un rischio che non mi sento di correre.

Procediamo dunque con le mie considerazioni personali… Ma prima:
*NOTA AL DETRATTORE* -> Stacchetto, tipo Carosello:
Ciao! Se sei qui per testimoniare il tuo dissenso insultandomi, sappi che non mi interessa. Sto per comunicare alcune mie opinioni personali, quindi se non sei armato di dialogo e buone intenzioni, sei pregato di saltare questa parte! Grazie!
*FINE DELLA NOTA AL DETRATTORE* -> Aristacchetto, sempre tipo Carosello ma stavolta più triste.

Dicevamo, considerazioni personali.

Premesso che: su un libro di Baricco io ho pianto. Di emozione, non di disprezzo.
Premesso anche che: lui è un paraculo. Ma di quelli grossi.
Sempre premesso che: ha uno stile che non conosce mezze misure, come dicevamo prima: o si odia o si ama.
Bene, premesso tutto questo… X.

X nel senso di “pareggio”.
Se confronto Mr Gwyn e le sue modeste peripezie con le acrobazie verbali e contenutistiche di City, con l’emotività densa e avvolgente di Oceanomare, o col pur grezzo, ma intensissimo, Castelli di Rabbia… Beh, Mr Gwyn sparisce.
Certo, se invece lo rapporto a quell’aborto di scimmia che è Emmaus, siamo tornati un minimo ai vecchi fasti. Anche rispetto a Questa Storia, il cui stile pur non m’era dispiaciuto troppo, siamo a un discreto recupero dal punto di vista dell’invenzione narrativa.

In sostanza, Mr Gwyn è quello che succederebbe se Fabio Volo si impossessasse del corpo di Baricco per una mezza giornata, e  il Nostro Eroe combattesse, dal di dentro, una terrificante guerra per scacciarlo. Dal di dentro, però. L’unica manifestazione esteriore visibile sarebbe il lieve inarcarsi del sopracciglio destro.
Ecco, questo è Mr Gwyn: un sopracciglio che si inarca.

Accompagnare la lettura dell’Opera con, lo abbiamo già detto, la Oak’d Bruin di Nogne-O.
Perchè proprio lei: è stata un’associazione istintiva. Benchè di stile belga, questa birra è prodotta in Norvegia. Si tratta del blend fra una Bruin e una Imperial Brown Ale, il tutto poi lasciato invecchiare per circa due settimane in botti di legno di quercia (Oak, appunto).
Colore ambrato scuro, quasi marrone, carbonazione media, schiuma compatta tendente al beige. Al profumo, oltre all’odore del legno, sentiamo qualcosa di dolce, tipo vaniglia o caramello.
Il legno si percepisce ancora meglio al sapore, dove ritroviamo anche il dolce (dato dai malti), ma anche una punta di amaro,soprattutto sul finale, che bilancia molto il sapore. Sul palato rimarrà questa sensazione legnosa molto piacevole.

Mi è sembrato giusto utilizzare questa birra, proprio per onorare l’idea iniziale dell’autore: qualcosa di legnoso, per un lavoro d’artigianato.
That’s Danifornication.

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